Armi italiane nelle polveriere del mondo

L’Italia non può vendere armi a Paesi “in stato di conflitto armato” o responsabili di “gravi” violazioni dei diritti umani, ma esporta forniture belliche a nazioni coinvolte in guerre e a regimi autoritari. E non si tratta di casi isolati: i due terzi delle nostre commesse vanno a riempire gli arsenali di Paesi fuori dalla Nato e dalla Ue. La conferma arriva dall’ultima Relazione governativa annuale sull’export di armamenti, il documento che ogni anno Palazzo Chigi invia al Parlamento in base alla 185/1990, la legge che regola il commercio dei materiali d’armamento nel nostro Paese e che oggi compie 30 anni.

Nel 2019 il governo ha autorizzato esportazioni di sistemi militari per 5,2 miliardi di euro. Rete Disarmo ha calcolato che nell’ultimo quinquennio il Belpaese ha concesso licenze per un valore quasi pari al totale dei 25 anni precedenti: 44 miliardi di euro contro 53,6. Oltre all’aumento del volume, negli ultimi anni l’export militare italiano ha registrato anche un cambio di destinazione, con un ruolo sempre maggiore di nazioni esterne al nostro sistema di alleanze: il 63% delle autorizzazioni 2019 sono dirette a Paesi extra Alleanza atlantica e Unione europea. L’anno prima questa quota era addirittura il 73%. 

Il risultato è un forte sbilanciamento dell’export bellico italiano verso le aree “calde” del mondo, come evidenzia la mappa interattiva di Greenpeace, che mette in correlazione le autorizzazioni all’esportazione (e le consegne definitive) del nostro Paese con il Normandy Index (NI), un indice del Parlamento Europeo che misura la minaccia alla pace considerando non solo fattori tradizionali, come i conflitti armati e il terrorismo, ma anche criteri nuovi, come l’insicurezza energetica e il cambiamento climatico. Sono molti gli importatori di armi tricolore con un valore di Normandy Index inferiore alla media mondiale, a cominciare da Egitto, Turkmenistan, Arabia Saudita, Turchia, Tailandia, Marocco, Israele, India, Nigeria e Pakistan.

La mappa mette a confronto anche il budget militare dei Paesi che importano le nostre armi con la spesa pubblica per la sanità, un indicatore la cui rilevanza è diventata innegabile dopo l’esplosione della pandemia di Covid-19. Il risultato è una correlazione stretta tra le nazioni che minacciano maggiormente la pace e quelle che gonfiano il budget per la difesa a scapito della salute collettiva: i Paesi che spendono di più per armarsi che per curare la popolazione si concentrano infatti nelle zone di maggior tensione, come Medio Oriente, Nord Africa e Asia meridionale.

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