Transgender, ambientalista e pacifista: sono Sabrina e vi racconto la mia esperienza a Greenpeace

Ciao, mi chiamo Sabrina e sono una persona transgender, cioè non mi identifico nel mio sesso biologico né nel genere femminile o maschile, ho 47 anni e sono romana.

La mia storia dentro Greenpeace inizia così: avevo appena accettato un nuovo lavoro nel mio settore (immobiliare), quando ricevetti un whatsapp da Alessandra Rossi, amica e referente del Gay Center di Roma, un’associazione che promuove servizi, iniziative e cultura per il benessere e i diritti di persone omosessuali e transessuali, con il quale collaboro da 2 anni supportando chi chiede aiuto attraverso la Help Line. Nel messaggio c’era un annuncio per un tirocinio nell’ambito delle risorse umane presso Greenpeace Italia e tra i requisiti richiesti c’era la Laurea. Ecco, io la Laurea non ce l’ho… ma ho pensato che sarebbe stato così bello! Nel mio immaginario, Greenpeace rappresenta la tutela del nostro Pianeta attraverso azioni nonviolente che possono avvenire in qualunque parte del mondo, anche grazie alla potenzialità delle molteplici diversità (di etnie, culture, religioni, orientamenti sessuali, genere, età) che un’organizzazione internazionale riunisce! Spint* dall’entusiasmo di chi vuole realizzare un sogno, chiamai Alessandra e le dissi ”Ale che figata questa iniziativa di Greenpeace, porca miseria mi sarebbe piaciuto candidarmi, ma non ho la Laurea!” e lei, con il suo tono pacato e riflessivo, rispose: “Sabri, manda lo stesso il tuo CV, poi al massimo non ti chiamano per il colloquio”. Tra l’altro il colloquio non sarebbe avvenuto presso l’ufficio di Greenpeace, ma al Gay Center, così da rafforzare la collaborazione fra le due organizzazioni e dare un segnale forte di accoglienza e volontà d’inclusione (come previsto dal progetto T.Inclusion, di cui vi parlerò tra poco). 

L’11 novembre 2019 iniziai il tirocinio e mi sembrava tutto molto bello. Però, dopo qualche ora in una stanza con due colleghi del team di risorse umane, sedut* a una scrivania, chiesi di uscire… non stavo bene: ebbi un attacco di panico. “Cosa ci faccio qui? Non sono in grado, soffoco, muoio”. Ce la misi tutta per calmarmi: “Dai, provaci… Tutto sommato puoi sempre andartene… dai, respira. Respira. Rientra… parlane”. Rientrando parlai con il mio team e la cosa sorprendente fu proprio non sentirmi giudicat* e anzi accolt*: “Sabri, nel dircelo mostri di essere una persona risolta. E quando sentirai il bisogno di uscire, lo puoi tranquillamente fare”. Uscita da lavoro piansi di gioia, mi sentivo vist* e accettat*.

Bene, il colloquio presso il Gay Center c’è stato ed è stato intenso, tra persone autentiche: il team di risorse umane di Greenpeace e io, un* candidat* onest*, talmente onest* che a fine del colloquio dissi: “Nella sezione di informatica del CV ci sono delle sigle che non so cosa vogliono dire… le ha messe una mia amica”. Pensavo di non avere speranza, ma dopo una settimana mi hanno chiamat* per dirmi “Benvenut* a bordo”!

Con il passare dei mesi ho imparato tante cose (anche informatiche!) e sento che tutt* quell* che fanno parte del team di risorse umane mi hanno trasmesso un nuovo sapere. Anche la mia presenza è stata utile alle mie colleghe e ai miei colleghi. Per esempio, ho presentato allo staff il progetto T.Inclusion, nato da un incontro tra Angela Infante, Presidente del Gay Center (fino al 1 giugno 2020) e lo staff di Greenpeace Italia, durante il quale sono state descritte alcune delle difficoltà che le persone trans devono affrontare per entrare nel mondo del lavoro e sono state pensate possibili soluzioni, come quella di confrontarsi con associazioni  dedicate al tema (quali, per esempio: Gay Center, Servizio di Adeguamento tra Identità Fisica e Identità Psichica, Azione Trans, Gender X) e -come raccontavo sopra- possibilmente realizzare i colloqui di lavoro presso le loro sedi.

Prima di questa esperienza avevo dubbi riguardo le grandi ONG, ma sono felice di vedere che c’è più apertura di quanta credessi. Ci sono battaglie trasversali che, prima o poi, direttamente o indirettamente, toccano le vite di tutt*: ad esempio, affrontare la crisi climatica in corso è nell’interesse di tutt*. Allo stesso tempo, le associazioni e i movimenti che si battono per un Pianeta migliore (più verde, più sano, più resiliente…) devono dar voce a chi lotta per l’equità e la giustizia sociale, che sono presupposti essenziali per il vero cambiamento.

Oggi, dopo aver vissuto Greenpeace sulla mia pelle, risponderei diversamente alla domanda che la mia psicoterapeuta mi fece a dicembre 2019. Cara Ilaria, quando mi avevi chiesto: “E il tuo senso di appartenenza?” ti avevo risposto fieramente: “Appartengo a me stess*”. Ora mi sento di aggiungere: “Appartengo all’attivismo per un futuro verde e di pace!”.

Sabrina Antilli, Tirocinante risorse umane per il progetto T.Inclusion

Ostia Pride 2019. Crediti: Gay Center

Le persone transgender in Italia e il “ddl Zan”

Quante persone transgender ci sono nel nostro Paese? Non si sa esattamente: il quotidiano La Repubblica parla di “imbarazzo statistico”. Per colmare questa lacuna, all’inizio di quest’anno alcune istituzioni hanno avviato lo studio “Stima della popolazione transgender adulta in Italia” (il breve questionario anonimo da compilare online si trova QUI) e dal 25 maggio è online il primo portale dedicato alle persone trangender, per risponde all’esigenza di fornire alla popolazione informazioni indipendenti, certificate e aggiornate in questo campo e per favorire una piena inclusione sociale delle persone transgender.

Il 17 maggio -Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia- l’Agenzia Europea per i diritti fondamentali ha pubblicato i risultati della European LGBTI Survey 2020, la più ampia ricerca sulle persone LGBTI+ dell’area Ue (ha partecipato un campione di circa 140 mila persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender, intersessuali, provenienti da 30 diversi paesi). Ne emerge che, in Italia, le persone LGBTQI subiscono un’oppressione quotidiana e capillare: il 62% di loro teme di prendere per mano il/la partner in pubblico, il 30% evita determinati luoghi a causa del rischio di subire aggressioni e il 32% ha subito molestie nell’ultimo anno. Conferma questo dato anche la Rainbow map della sezione europea dell’ International Lesbian and Gay Association (ILGA), che vede l’Italia al 35° posto su 49 Paesi sul rispetto dei diritti umani riconosciuti alle persone LGBTI. Questo clima condiziona le vite di chi subisce il fatto criminale e impone a tutt* la rinuncia o la ricontrattazione graduale di alcune libertà fondamentali, che hanno a che fare con la propria identità, con le persone con cui si condividono relazioni affettive e/o sessuali, e che a catena coinvolgono tutte altre. 

Ma ci sono anche buone notizie: il 30 giugno è stato depositato in Commissione Giustizia della Camera il testo base unificato della legge contro l’omobitransfobia (“DDL Zan”), un documento migliorabile ma accolto positivamente da numerose associazioni LGBTQIA+, che ora chiedono un dibattito aperto e serio sul tema, che permetta di sfruttare al massimo questa occasione per contrastare l’odio omobitransfobico in Italia.

Ostia Pride 2019. Crediti: Gay Center





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